IL GARGANO, I CANTORI, I SUNETTË E LA CANZONË

IL GARGANO, I CANTORI, I SUNETTË E LA CANZONË

Italia del sud. Sul promontorio del Gargano, che pianta il suo artiglio nell’Adriatico, dei cantori-musicisti fanno vibrare l’aria in un modo del tutto particolare. Testimoni di una società contadina in via d’estinzione, celebrano la tarantella, un ballo fuori del tempo, che inebria pubblico ed interpreti, abbeverandoli con amore e follia.

Accompagnata da melodie e melopee, questa tarantella procura emozioni di una straordinaria intensità, e ritraccia, una dopo l’altra, le fasi dell’idillio amoroso.

Nel paese di Carpino, a metà strada tra la Foresta Umbra e il lago di Varano, si possono incontrare gli ultimi autentici interpreti di questa « tarantella del Gargano »: Antonio Piccininno e Antonio Maccarone, vere leggende vive presso le quali, tutt’oggi, numerosi musicisti vengono a cercare i mezzi per mantenere in vita la propria leggenda o darle lustro. E’ anche l’occasione di verificare quanto l’arte e la memoria di Andrea Sacco sono ancora salienti e struggenti, non solo a Carpino ma ovunque si suona musica popolare nel meridione.

Ogni anno nella prima decade di Agosto, il Carpino Folk Festival diventa il fulcro palpitante della musica popolare del sud Italia. E’ l’occasione per ricordare come questa tarantella che, oggi, suscita una grande frenesia nei giovani e meno giovani, era condannata a scomparire una trentina d’anni fa, vittima dello sdegno e del disprezzo ostentato per le tradizioni.

Ma andiamo per ordine. La storia pubblica dei Cantori di Carpino comincia negli anni Cinquanta. Nel 1954, per la precisione, quando un giovane ricercatore americano, Alan Lomax accompagnato da Diego Carpitella parte dalla Sicilia, per un viaggio alla scoperta dell’Italia sonora.

Dal luglio 1954 al gennaio 1955 raccolgono circa 8000 documenti. Si fermano anche a Carpino, il 23 e 24 agosto, ponendo il primo mattone per la salvaguardia della tarantella del Gargano e dei Cantori di Carpino.

Successivamente grazie allo stesso Carpitella ma soprattutto a Roberto Leydi, i Cantori parteciperanno, al Teatro Lirico di Milano, nel marzo 1967, allo spettacolo "Sentite Buona Gente".

Da allora, di qui sono passati in tanti, artisti e ricercatori. Giovanna Marini, Francesco Nasuti, Teresa De Sio, Carlo d'Angiò, Robert Fix, Pino Gala, Salvatore Villani, Ettore de Carolis, Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò. Roberto de Simone, con la Nuova compagnia di canto popolare, sarà il primo a riproporre, nel 1972, le tarantelle Carpinesi.

Il leader indiscusso di tre diversi gruppi musicali di Cantori di Carpino che si sono succeduti nei decenni, portando in tutto il territorio italiano i repertori di sonetti e tarantelle di questo paese, è stato Andrea Sacco. A lui va attribuito, tra l’altro, il merito di avere proposto la chitarra battente da accompagnamento (a cinque corde uguali), tornata a essere prodotta dagli artigiani locali sull’onda del successo dei Cantori.

Nell’ultimo gruppo di Andrea Sacco e fino a pochi mesi fa era possibile ascoltare un ragazzoto 80-enne dalla vitalità un pò gigionesca con alle spalle una giovinezza ribelle al limite coll'azzardo che dall'età di 5 anni ha sempre suonato la chitarra francese e fra i tre stili tipici di Carpino preferiva indubbiamente la muntanara, la tarantella di Carpino in tonalità minore.

Scomparso Andrea Sacco e Antonio Maccarone, è oggi Antonio Piccininno il riconosciuto guardiano della tradizione. Non solo perché l’ha custodita e trasmessa cantando, ma anche perché si è accollato un compito difficile e di straordinario valore: mettere per iscritto questa sapienza orale. Prima che sia troppo tardi.

Antonio Piccininno indubbiamente incarna la figura tipica del cantore tradizionale. Nato nel 1916, dopo appena un anno rimane orfano di entrambi i genitori. Inizia a lavorare come pastore e in seguito come contadino bracciante, per poi spostarsi in paese per prendere moglie. Attualmente è bisnonno.

Tanti anni fa essere cantore e dedicarsi alla musica era un mestiere molto povero e arduo da praticare e da sviluppare poiché era molto difficile spostarsi (gli unici mezzi di trasporto erano i muli e gli asini e – un po’ meno – i cavalli) e si guadagnava poco (in genere le paghe agricole di allora – forse in riferimento ai braccianti – erano di 3 Lire), c’era scarsa circolazione di moneta e la merce di scambio che circolava maggiormente era pasta e olio…

Chi non conosce Antonio Piccininno incontrandolo per la prima volta la cosa che nota subito è la figura di un anziano signore alto e magro, dal profilo aquilino e dal volto con lo sguardo fisso dinanzi a sé, leggermente calato ma vigile. Una figura silenziosa che in realtà cela una potenza inattesa e nascosta. Molto alto e con gli occhi azzurri, un bel profilo lungo e asciutto, essenziale e compunto, ma dolce, una pelle macchiata e scura da anziano, ma levigata e bella come l’anima del legno d’ulivo della sua terra contorto da brune venature nervose e disteso da secoli di sole.

È solo però quando Antonio Piccininno sale su un palco, una cattedra, un palcoscenico che ha inizio uno spettacolo indimenticabile.

E da quel momento che una pioggia ininterrotta di emozioni domina l’evento, scandita da una personalità poliedrica e di rare doti oltre che d’interprete della musica popolare e di suonatore di nacchere, anche d’intrattenitore, di cabarettista e di showman a tutti gli effetti, catturando l’attenzione della platea sin dal primo istante per portarla, senza alcun calo d’attenzione, fino al gran finale. Un personaggio televisivo contemporaneo con pari qualità oggi potrebbe essere un Fiorello o chissà chi altri. E invece la sua figura ritmica e slanciata, alla soglia dei 92 anni trascorsi, duettava con nacchere, battenti e francesi, tamburelli e altre voci, attraverso la sua maggiore dote stilistica e artistica, quella dell’improvvisazione recitativa e canora. Oggi è l’unico a potersi permettere tal vanto potendo disporre di una memoria viva di un repertorio di tradizione orale imponente, tutto sempre e comunque immediatamente disponibile in mente e tale da consentirgli di creare e cantare brani ogni volta nuovi e irripetibili nella sequenza, attraverso l’accostamento di sonetti e strofette tra loro come coreografiche e spettacolari granate di poesia lanciate dal palco verso di noi.

E tutto ciò che resta, a concerto finito, dopo un caro saluto e un ‘a rivederci presto’ è quella insostenibile leggerezza dell’essere che Antonio ci sa donare con la sua voce e il suo sguardo sorridente, dono prezioso e lieve che dà senso alla vita, che tra fatiche e gioie, è il simbolo del piacere di vivere. Un autentico esempio di vita.

Ma Cantori di Carpino sono anche tutti gli altri di cui si ha traccia nelle rilevazioni depositate presso l'Accademia Nazionale di S.Cecilia e nei numerosi documenti sonori in possesso nella audioteca privata dell'Associazione Culturale Carpino Folk Festival: Vincenzo Grosso, Rocco Di Mauro, Gaetano Basanisi, Michelantonio Maccarone, Giuseppe Conforte, Angela Gentile, Antonio Di Cosmo, Rocco Valente, Rocco Cozzola e molti altri depositari della musica tradizionale carpinese.

Oggi il Gruppo dei Cantori di Carpino è costituiti da giovani accompagnati ancora dagli anziani Antonio Piccininno. Virtuoso della chitarra battente Roberto Mennona, più numerosi sono invece i suonatori di chitarra francese e di tamburello.

Nello specifico l’attuale formazione è composta da:

Antonio Piccininno Classe 1916 (Voce e Castagnole)

Michele Basanisi Classe 1941 (Chitarra Francese)

Giuseppe Draicchio Classe 1951 (Tamburello e Ballo)

Antonio Rignanese (chitarra battente)

Nicola Gentile (Tamburello e chitarra Battente)

Mimma Gallo (Voce solista e ballo)

Giuseppe Di Mauro (Chitarra Acustica)

Marco Di Mauro (Chitarra Acustica e Chitarra Battente)

Rocco di Lorenzo (voce e chitarra acustica)

Antonella Caputo (Voce solista e ballo)

Roberto Mennona (Tamburello e chitarra Battente)

Antonio Manzo (Tamburello)

La palestra strumentale e canora dei cantori carpinesi è stata la serenata: il rito un tempo molto usato e di grande importanza socio-culturale che richiedeva l'omaggio musicale, l'inventiva poetica nella composizione di testi ex novo o nell'adattamento dei canti esistenti e una buona capacità tecnica strumentale.

La serenata di Carpino è una composizione vocale-strumentale, a struttura semplice e carattere popolare, che secondo un'antica usanza veniva eseguita di sera o di notte sotto le finestre della propria bella per corteggiare e per manifestarle i proprî sentimenti e/o per rendere pubblico un rapporto di fidanzamento, che in una comunità maschile come quella carpinese dei decenni scorsi aveva anche l'ulteriore funzione di consentire il controllo sociale del rapporto da parte della comunità.

A Carpino la composizione della serenata comprendeva oltre quattro sonetti che talvolta andavano anche oltre i dieci.

Il tipico organico strumentale era costituito da chitarra battente, chitarra francese, castagnole e tamburello.

Nello specifico il repertorio era frequentemente iniziato dal sunettë con cui si chiedeva licënzë a cantare e finiva con il sunettë della bonasërë.

«Una volta - raccontava Antonio Maccarone - facemmo una serenata “senza permesso” a una ragazza con la quale c’era un amoreggiamento appena accennato e la reazione del padre fu molto vigorosa. Ci insultò e i suoi familiari a fatica lo trattennero dal venirci a dare lui una suonata a noi…»

Pochi sanno che la parte centrale della serenata di Carpino è costituita dalla Canzonë che nulla ha in comune con lo stile vocale e musicale dei sunettë, ossia con la mundanara, la rodianella e la vestesana.

La Canzonë infatti è costituita da un brano lirico come testo e di stile vocale modale, con sillabe che corrispondono anche a parecchie note cantate, molto ornato, ritmicamente molto libero e con una emissione vocale spesso forzata e tesa nel registro dell'acuto. La sua esecuzione viene musicata dalla sola chitarra battente che nell'occasione non viene battuta ma pizzicata.

L'origine secondo Maccarone Michelantonio de "l'area della canzonë che noi portavamo alle fidanzate di notte deriva dai canti della processione del Venerdi Santo, ma di parole diverse, d'amore, che per noi che eravamo cattolici e credenti in chi c'era una stima era come dire amatevi come fratelli".

Proprio la difficoltà dello stile vocale è stata probabilmente la causa della scomparsa di quasi tutte le Canzoni, infatti il salto di una/due generazione nella trasmissione orale ha fatto si che i depositari diventassero sempre più anziani e sempre meno portati a questo tipo di canto, oggi praticamente non esiste nessun cantore di tradizione che la esegue.

Una delle poche Canzonë pervenuta a noi ha come incipit "Di primë amorë ti venë a salutà".
 
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